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Punti di vista

Non siamo più in grado di vestirci bene?

Compriamo più vestiti, li usiamo meno e lasciamo che siano gli algoritmi a suggerirci cosa desiderare. Ritrovare uno stile personale richiede di tornare a scegliere con attenzione.

Una fila di capi neri appesi a una rastrelliera

C’è un paradosso negli armadi contemporanei: non abbiamo mai avuto così tanti vestiti e, allo stesso tempo, non è mai stato così facile sentirsi senza niente da mettere.

La quantità è aumentata, ma la relazione con i capi si è indebolita. Compriamo più spesso, inseguiamo più stimoli e cambiamo più rapidamente. Eppure tutto questo non ci ha necessariamente resi più liberi o più capaci di esprimere uno stile personale. In molti casi è successo il contrario: possediamo più alternative, ma finiamo per assomigliarci sempre di più.

Più produzione, meno utilizzo

Tra il 2000 e il 2015 la produzione globale di abbigliamento è raddoppiata, mentre il numero medio di volte in cui un capo viene indossato prima di essere abbandonato è diminuito del 36%. Il dato, riportato dalla Ellen MacArthur Foundation, non descrive soltanto un problema ambientale. Racconta anche un cambiamento culturale nel modo in cui attribuiamo valore a ciò che compriamo.

Quando un capo è pensato per costare poco, circolare velocemente e lasciare spazio al prodotto successivo, diventa più difficile costruire con esso una relazione duratura. La moda si trasforma in un flusso continuo di novità: qualcosa da consumare prima ancora che da conoscere.

Non significa che tutto ciò che veniva prodotto in passato fosse automaticamente migliore, né che un prezzo alto garantisca qualità. Significa, però, che l’abbondanza e la velocità possono disabituarci a osservare. Materiali, cuciture, proporzioni, vestibilità e capacità di invecchiare bene diventano dettagli secondari rispetto all’urgenza di partecipare al trend del momento.

L’illusione di avere più scelta

Un armadio più pieno dovrebbe offrire più possibilità. Ma se gran parte di ciò che contiene nasce dagli stessi riferimenti, dalle stesse piattaforme e dagli stessi cicli commerciali, quella varietà è spesso soltanto apparente.

Il punto non è accusare chi segue una tendenza. Le tendenze fanno parte della moda e possono essere divertenti, utili e perfino liberatorie. Il problema comincia quando smettiamo di chiederci se quella tendenza abbia davvero qualcosa a che fare con noi.

Vediamo lo stesso capo ripetuto in decine di video. L’algoritmo registra la nostra attenzione e ce lo mostra ancora. A forza di incontrarlo, quel capo comincia a sembrarci necessario. Non sempre perché ci piaccia davvero, ma perché è diventato familiare.

La ripetizione viene facilmente scambiata per desiderio.

Quando l’algoritmo entra nell’armadio

Instagram e TikTok non decidono letteralmente cosa dobbiamo indossare. Selezionano però una parte molto precisa di ciò che vediamo, premiando formati, estetiche e prodotti capaci di generare reazioni rapide. Il risultato è un sistema che tende a moltiplicare quello che sta già funzionando.

Se affidiamo a quel flusso tutte le nostre fonti di ispirazione, il rischio è di ridurre progressivamente il campo. Guardiamo moltissimo, ma incontriamo sempre la stessa cosa. Anche il gusto personale può diventare una risposta automatica: riconosciamo un’estetica perché l’abbiamo già vista, non perché l’abbiamo scelta.

Eppure, quando per strada incontriamo una persona vestita in modo davvero personale, ce ne accorgiamo subito. Non necessariamente indossa capi costosi, rari o appariscenti. Quello che attira è la coerenza: la sensazione che quelle scelte appartengano a una storia, a un carattere e a un modo preciso di stare al mondo.

Costruire uno stile richiede fatica

Lo stile personale non arriva dentro un pacco e non si aggiorna automaticamente a ogni stagione. Richiede tempo, errori, curiosità e una certa dose di fatica.

Bisogna uscire dal percorso già preparato per noi. Entrare in negozi diversi, visitare mercati, osservare le persone dal vivo, toccare i tessuti, provare vestibilità che non conosciamo. Bisogna cercare archivi, libri, film, fotografie e sottoculture. Non per trasformare tutto in una ricerca accademica, ma per allargare il proprio immaginario.

La qualità si impara anche così: confrontando. Più capi vediamo e tocchiamo con attenzione, più diventiamo capaci di riconoscere le differenze. Non serve essere tecnici tessili. Serve ricominciare a guardare.

Quattro domande prima di comprare

Quando un capo ci attrae, possiamo fermarci un momento e chiederci:

  1. Mi piace davvero o mi è diventato familiare perché l’ho visto continuamente sui social?
  2. Dice qualcosa di me o serve soltanto a farmi assomigliare alle persone che seguo?
  3. Riesco a immaginarlo nel mio armadio fra qualche anno?
  4. Fa parte della mia storia, oppure sto acquistando la storia costruita da qualcun altro?

Non esistono risposte corrette e non ogni acquisto deve diventare una dichiarazione filosofica. Queste domande servono semplicemente a rimettere una distanza tra lo stimolo e la scelta.

La personalità conta più della tendenza

Oggi le tendenze nascono e si consumano con una velocità tale da perdere significato quasi nel momento in cui le riconosciamo. Provare a inseguirle tutte è una gara impossibile, oltre che poco interessante.

Molto più utile è cercare brand, negozi, persone e luoghi capaci di offrirci un punto di vista. Non qualcuno da copiare, ma qualcuno che ci costringa a osservare meglio. Da lì può nascere un guardaroba meno affollato e più preciso, composto da cose che continuiamo a scegliere anche quando l’algoritmo è già passato oltre.

Vestirsi bene non significa rispettare un insieme di regole universali. Significa riuscire a riconoscersi in ciò che si indossa. La moda può darci strumenti, riferimenti e linguaggi; la personalità, però, non può fornirla al posto nostro.

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